Una guida per affrontare il disturbo

Emanuele Bartolozzi
Una guida per affrontare il disturbo

 
 

L’attacco di panico sembra essere per il malato una duplice condanna:
da un lato i sintomi che imperversano, dall’altro quasi la ferma certezza
che nessuno sia in grado di aiutarlo. Solo i sintomi spesso permettono
la comunicazione tra il malato e l’esterno. Sintomi che portano poi a
tutta una serie di evitamenti, quasi ad un ritiro dalla vita per il timore di
viverla: chi è vicino a chi ha il panico spesso è in difficoltà a comprendere
la paura e i malesseri che il paziente presenta.
E’ quindi indispensabile e urgente una comprensione complessiva del
disturbo sia da parte del paziente che dei familiari e degli amici
affinchè non si strutturi un circolo vizioso di non-comunicazione e di
colpevolizzazioni indebite (pensiamo al caso di una ragazza che non riesce
ad andare a scuola).
Il paziente non deve accontentarsi di vivere evitando, il parente non deve
a sua volta diventare il suo complice.
Che cos’è l’attacco di panico
L’attacco di panico è una manifestazione di ansia intensa che,
apparentemente senza una causa esterna rilevabile, si manifesta
improvvisamente con sintomi fisici e psicologici di paura. Tachicardia,
senso di svenimento, dolori al torace, parestesie, vampate di calore,
tremori, disturbi addomninali, senso di soffocamento, paura di morire,
paura di impazzire sono solo alcuni dei sintomi che possono presentarsi
durante l’attacco.
Il primo attacco può essere della durata di pochi minuti ma può protrarsi
anche per un tempo più lungo, anche un’ora. In quel momento il mondo si
allontana e la percezione della realtà viene spesso descritta come in un
film. In genere chi ha avuto questa esperienza la ricorda per tutta la
vita come la cosa più traumatica che potesse mai succedergli: si crea una
frattura tra l’esperienza precedente della sua vita e quella successiva.
Dopo questo primo attacco in genere il paziente cerca spiegazioni a
quanto gli è successo attraverso il ricorso ad analisi e controlli clinici:
i risultati negativi degli stessi esami da un lato rassicurano, dall’altro
rappresentano la conferma del dubbio di essere oggetto di un male
misterioso.
Gli effetti collaterali Dopo il primo attacco è facilissimo che si strutturino una serie di
problematiche aggiuntive che rappresentano quasi una sorta di percorso
obbligato per chi ha avuto l’attacco.
L’ansia anticipatoria rappresenta il primo di questi effetti collaterali.
Il paziente dopo il primo attacco comincia ad aspettarsi il successivo e
rimugina su questo. I suoi pensieri anche se diretti altrove hanno questa
sorta di rumore di fondo: dove capiterà, che cosa mi accadrà, chi mi
assisterà? Il secondo attacco quasi regolarmente accade e produce un
rafforzarsi della convinzione che ce ne saranno altri…il paziente comincia
spesso a vergognarsi e teme di essere preso “per matto”.
Il secondo effetto collaterale è rappresentato dall’ipocondria, cioè la
paura delle malattie. Il paziente cerca il conforto di un’analisi, di uno
specialista, di un controllo che possa stabilire senza ombra di dubbio
un rapporto di causa ed effetto tra ciò che gli accade e i parametri
alterati (parametri di cui ha comunque una grande paura). Il non trovare
elementi significativi negli esami e le risultanze negative delle visite dagli
specialisti internisti, caurdiologi, pneumologi ecc. porta con sé sollievo e
paura. Sollievo per lo scampato pericolo, paura per un’errata diagnosi.
Il paziente spesso, ma non sempre, evidenzia poi una terza componente
collaterale: l’agorafobia. Teme di trovarsi solo e lontano dai suoi punti
di riferimento durante un attacco e pertanto evita di prendere gli aerei,
spesso evita in generale di viaggiare, di salire su un ascensore…compie
percorsi cercando i punti di riferimento forniti dall’abitazione dell’amico,
dalla presenza della farmacia, ecc.
Il continuo muoversi a slalom tra le cose della vita, l’evitare ciò che prima
dava soddisfazione, il non comprendere perché si sta così male spesso
conduce all’ultimo effetto collaterale, cioè la depressione.
Chi colpisce il panico Il panico è un disturbo prevalentemente a insorgenza giovanile, colpisce cioè la prima volta entro i trenta anni, con una prevalenza intorno ai 25:
nelle donne più che negli uomini con un rapporto di 1 a 2.
Attacchi sporadici e di lieve entità sembra che colpiscano il 35% della
popolazione prevalentemente giovanile, quelli di interesse clinico situano la
percentuale intorno al 5%.
I fattori specifici predisponenti al disturbo sono molteplici ma nessuno
sembra essere da solo in grado di spiegarne l’insorgenza.
Una perdita, un cambiamento, un lutto, una mancanza rappresentano
spesso fattori che si trovano nell’anamnesi dei pazienti come eventi
capitati nell’anno precedente il manifestarsi dei sintomi del panico, così
come la presenza in famiglia di collaterali o familiari diretti che hanno
sofferto di analogo disturbo o di depressione. In una percentuale di
soggetti è stata riscontrata la presenza di ansia da separazione in età
infantile. Infine si riscontra in quasi tutti i pazienti una sensibilità
notevole agli stimolanti (ad es. caffeina, nicotina).
Fattori biologici e psicologici coesistono nel determinarsi della malattia.
Evoluzione della malattia
L’attacco di panico è una malattia ad andamento in genere cronico. Ciò
significa che dopo un trattamento specifico circa il 40% dei pazienti
non presenta più alcun disturbo a distanza di tempo; il 50% presenterà
qualche sintomo che però non interferisce se non marginalmente nella
qualità della vita; il 10% continua a dare segni di disagio. Va detto però
che in questi casi occorre valutare se è stata correttamente seguita la
terapia e se nel frattempo non sia insorte altre problematiche.
Cura
Il DAP rappresenta una delle cosiddette forme psichiatriche minori, che
fino all’inizio degli anni ’90 non riceveva in genere una terapia adeguata. Ci
si basava spesso sugli ansiolitici che invece si è visto molto bene essere
utili solo durante la fase acuta del panico e durante la fase di latenza del
farmaco antidepressivo, tra cui i triciclici (impiramina, clorimipramina), gli
antiMao (tranilcipromina) ma soprattutto, per la loro maneggevolezza e la
bassa incidenza degli effetti collaterali gli SSRI (paroxetina, sertralina,
fluoxetina). , rappresentano la terapia elettiva
Questi farmaci facilitano il rapporto tra le cellule nervose, ristabilendo
l’adeguata comunicazione tra loro, impiegano tra i 20 e i 30 giorni per
manifestare gli effetti benefici e questo spesso porta il paziente a
scoraggiarsi. Alcuni hanno effetti collaterali nei primi giorni di assunzione
che contribuiscono allo scoraggiamento del paziente: questi sono assai
scarsi con gli SSRI.
Un discorso a parte merita l’intervento psicoterapico, con particolare
riferimento a quello di orientamento cognitivo comportamentale, che
risulta essere terapia indispensabile nella fase di conoscenza del disturbo
e di ridefinizione dei pensieri disfunzionali. Un ruolo particolare dello
psicologo, spesso non ritenuto a torto come rilevante, riguarda la fase
inziale di assunzione del farmaco e quella finale, di abbandono dello
stesso.
Tempi e modalità della terapia farmacologica e psicologica devono tenere
presente il fatto che i disturbi spariscono abbastanza in fretta, molto
meno in fretta sparisce la situazione di allerta riguardo alle proprie
sensazioni corporee e pertanto solo un’esperienza prolungata di benessere
è in grado di permettere al paziente di riorganizzare la sua esperienza di
vita in senso positivo.